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20130821-080122.jpgKABUL – Le strade che si snodano nel quartiere di Shar e-Now sono lisce come una pista da bowling. Se Shar e-Now fosse un quartiere di Dubai nessuno si sarebbe sorpreso. Invece è un sobborgo elegante e frequentato dagli occidentali di Kabul, la polverosa capitale dell’Afghanistan. I mezzi asfaltatori della municipalità sono al lavoro giorno e notte. Neppure in questi caldi giorni si sono fermati. Certo, complice il ramadan la produttività dei lavoratori, che non mangiano e bevono per oltre 15 ore non è stata delle migliori nell’ultimo mese. I fondi della comunità internazionale danno qualche risultato visibile a tutti. Uomini con divise arancioni entrano ed escono dai cantieri. Nelle ore di punta, quando la città è intasata in lunghe code di Toyota corolla e fuoristrada, la polvere è insopportabile quasi quanto gli autisti che suonano il clacson come in un carosello per la vittoria di un campionato di calcio.
Hanno iniziato da più di un anno, nei quartieri più ricchi, lasciando a se stessi, almeno per adesso, quelli più poveri. Ma questo avviene un po’ ovunque. Non è solo un male dell’Afghanistan. Basta imboccare la Salang road che porta fuori dalla città per capire che il lavoro da fare è ancora lungo. Nella piazza dove partono gli autobus e dove centinaia di persone aspettano un lavoro giornaliero di qualche dollaro, le buche costringono ad uno zig zag da mal d’auto. Le auto, che non sono certamente l’esempio del rispetto del codice della strada, si gettano velocemente da un lato all’altro della carreggiata. “Qui ci passano poche volte con le loro auto i nostri politici”, dice Guldam, che di lavoro fa il guardiano per una Organizzazione non Governativa e per arrotondare l’autista.
Negli ultimi 10 anni l’Afghanistan ha ricevuto dalla comunità internazionale oltre 57 miliardi di euro che sarebbero dovuti andare in progetti di ricostruzione. Soldi che avrebbero potuto fare di Kabul una città moderna, se chi li ha spesi avesse controllato in quali tasche finivano. Invece, per sfortuna e con tanta pace degli afghani, hanno contribuito a gonfiare i conti correnti che i ricchi del Paese hanno aperto negli Emirati, Dubai in testa. La colata di asfalto che sarebbe dovuta essere li da almeno 10 anni arriva in un momento che ai più pare “politico”. E chi continua a buttare soldi in Afghanistan non ha ancora imparato a controllare la destinazione. Molte delle abitazioni della capitale non solo non hanno acqua potabile, ma non hanno addirittura acqua. Le tubature sono qualcosa di sconosciuto e nelle tante case arroccate sulle montagne che circondano la città ancora non arrivano. I bambini fanno più viaggi al giorno al pozzo “municipale”. Uno di loro, seduto sul dorso spelacchiato di un asino che sembra anche lui alla fine del mese di digiuno racconta che è arrivato anche “a tre viaggi” dalla cima della montagna delle antenne fino al pozzo che da sulla strada. L’acqua che ristagna puzza di marcio. Poco importa che la strada sia nuova. Le canaline sono piene di pomodori marci del vicino mercato e il fetore è quasi insopportabile. Chissà che un giorno anche lui, nella sua casa di fango, non avrà un gabinetto rosso o azzurro o più semplicemente bianco, ma dal design affascinante, come quelli che vendono nei negozi del centro città. Perché anche gli afghani, come tutte le persone del mondo vanno in bagno. Dopo 12 anni se ne sono accorti anche all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Così hanno deciso di indire anche in Afghanistan per il 19 Novembre la giornata mondiale del gabinetto.
Anche se un po’ in ritardo, lo scopo è quello nobile di stimolare cambiamenti nel comportamento e nella politica dei servizi igienico-sanitari. Secondo l’UNICEF malattie che si potrebbero facilmente prevenire o curare con semplici farmaci in Afghanistan uccidono 600 bambini al giorno. Ottantacinque mila all’anno. Ogni anno il 25 per cento dei bambini contraggono malattie derivanti dalla cattiva igiene. “In una giornata tipica, la metà dei posti letto negli ospedali in Afghanistan sono occupati da pazienti che hanno malattie fecale-correlate”, ha detto Andrew Scanlon rappresentante Paese di UNEP, il programma Ambiente delle Nazioni Unite.
A Kabul 3 milioni di abitanti producono ogni giorno 1500 metri cubi di rifiuti solidi. Ma a causa della mancanza di risorse il comune ne raccoglie solo la metà. Gli altri finiscono nelle canaline di scolo che costeggiano le nuovissime strade asfaltate. Quando le piogge sono più forti o la neve si scioglie, l’acqua rischia di contaminare i pochi acquedotti funzionanti. E nel “Kabul river”, che di fiume ha poco mentre di stagno molto, i soliti poveri delle montagne attorno a Kabul si lavano e puliscono le loro cose. Anche se è uno dei fiumi più inquinati che un occidentale probabilmente abbia visto.
In fondo, se i mali si vedono dalla radice, basta andare sul sito del ministero dello Sviluppo urbano afghano, che si dovrebbe occupare di questi problemi. Alla pagina “Kabul Urban reconstruction project” (KURP) c’è scritto: “Under Construction”. E l’anno prossimo gli afghani dovrebbero fare tutto da soli.

Andrea Bernardi
Twitter: @andrwbern

KABUL – Con un buon 75 per cento di popolazione che vive in aree rurali e un 50 per cento al di sotto dei 18 anni, l’Afghanistan è uno dei paesi con il più alto numero di bambini in età scolare di tutto il mondo. E anche uno dei paesi più poveri e meno istruiti. Nonostante l’aumento di giovani studenti, soprattutto bambine, almeno il 50 per cento degli adolescenti afghani sono ancora esclusi dal sistema scolasticoGuerra civile prima e guerra al terrorismo poi, hanno contribuito a lasciare il paese indietro di anni. Se nelle aree urbane il rapporto di iscritti maschi-femmine è in sostanziale parità, nelle aree rurali la media delle iscrizioni è solo del 27 per cento per le ragazze e 44 per i ragazzi. Molti, poi, rinunciano ai loro studi perché già troppo avanti con gli anni.

Hassina Sherjan è un imprenditrice afghana che ha vissuto per 23 anni negli Stati Uniti, dopo essere fuggita con la sua famiglia durante l’invasione sovietica. È tornata nel 1999, quando ancora i Talebani governavano il Paese e ha creato cinque classi clandestine per l’istruzione di 250 ragazzine. Quando il regime talebano è caduto è stata una dei tanti afghani che avevano vissuto all’estero e che erano tornati nella loro terra con la speranza di poter ricostruire un paese in macerie. L’associazione che oggi gestisce, Aid Afghanistan for Education (AAE), cerca di fornire l’istruzione primaria e secondaria a coloro che ne sono stati privati a causa della guerra. Molti ragazzi e ragazze che hanno interrotto i loro studi e non hanno potuto beneficiare dell’istruzione possono così recuperare in pochi anni il tempo perso e reinserirsi nei programmi scolastici del governo. “Uno dei nostri studenti di 20 anni che frequentava la quarta elementare mi ha detto che se non era per questo programma non avrebbe mai potuto scrivere il suo nome”, racconta soddisfatta Hassina, seduta nel suo studio nel quartiere di Qala e-Fathullah a Kabul. “La nostra ex cuoca nella prima scuola che aprimmo nel 2003”, prosegue soddisfatta “aveva sempre voluto diventare un’insegnante, ma l’arrivo dei talebani non le permise di completare gli studi. Grazie al nostro programma, nel quale è riuscita ad entrare, ha studiato per altri due anni e adesso è una insegnante di matematica”.

Il programma prevede il recupero degli anni scolastici perduti, una sorta di “Grandi Scuole” all’italiana e il rilascio di un certificato riconosciuto dalla Repubblica Islamica d’Afghanistan. Lo studente che lo consegue può proseguire ed iscriversi all’Università: “La nostra organizzazione – spiega la direttrice di AAE – lavora per gli afghani marginalizzati”. La maggior parte degli studenti hanno superato il decimo anno di età e non hanno mai frequentato una scuola. Se per molti di loro le guerre e la povertà, legata alle precarie condizioni in cui il paese ha vissuto per decenni è la ragione principale di abbandono degli studi, per le bambine l’istruzione si interrompe anche a causa di matrimoni precoci. Una ragazzina di 15 o 16 anni sposata difficilmente accetterà di tornare a sedersi in una classe. Aid Afghanistan for Education conta 13 scuole in 9 diverse province. Tre di queste sono a Kabul. Il personale si “ritiene” fortunato ad avere avuto soltanto un “attacco” da parte dei talebani in oltre dieci anni di attività. “Fortunatamente”, spiega Hassina, “siamo fortunati. Abbiamo avuto soltanto un attacco ad una delle nostre scuole nel 2006 nella provincia di Wardak”. Anche se è stato l’unico incidente, l’organizzazione, dopo aver consultato gli abitanti del villaggio che preferivano la scuola non fosse riaperta per evitare nuovi incidenti, ha deciso di cessare l’attività nel distretto.

La ricostruzione del sistema educativo afghano è oltre ad una grande sfida anche una missione che coinvolge sia il governo afghano che la comunità internazionale. Se nell’ultimo decennio ci sono stati grandi passi avanti, è anche vero che il lavoro da fare per garantire alle nuove generazioni afghane un’educazione basilare è ancora impegnativo. Il Ministro dell’Educazione Ghulam Farooq Wardak, durante la visita in una scuola di Kabul un mese fa aveva lanciato l’appello ai donatori internazionali: “tre miliardi di dollari in aiuti sarebbero sufficienti per costruire 8mila scuole e permettere ad altri 3 milioni di bambini di iscriversi nei prossimi due anni”. Secondo l’UNICEFF, i ragazzi che frequentano le scuole primarie e secondarie sono poco più di 4 milioni mezzo, mentre le ragazze 2 e mezzo. Gli insegnanti sono oltre 170mila, di cui 51mila di sesso femminile.

Secondo Hassina, “Dopo 30 anni di guerra il ministero deve disegnare delle politiche che servano l’attuale emergenza e i bisogni delle persone. C’è bisogno di una riforma dell’insegnamento, perché stiamo ancora insegnando nella maniera in cui gli studenti imparano a memoria e poi trascrivono tutto. Ed è abbastanza faticoso che quando ti diplomi non sai veramente cosa significa imparare”. Ma sfortunatamente, prosegue, “non vedo nessuna discussione nel governo per la riforma del sistema di educazione. Pubblicano nuovi libri ogni anno e questo è anche fastidioso perché sarebbe meglio venissero pubblicati libri che si possono usare anche per gli anni successivi. Non si possono produrre libri solo per sperimentarli”.

Ma nonostante gli sforzi di questi anni e il forte impatto che l’attività dell’organizzazione ha dato a tanti giovani, maschi e femmine, permettendo loro di realizzare sogni e desideri, con la partenza della comunità internazionale o quanto meno la riduzione della presenza internazionale in Afghanistan, anche associazioni come AAE devono affrontare un drastico taglio dei finanziamenti. “Il ministero ci ha supportato fino al 2007. Avevamo un accordo con loro per essere sicuri che i nostri studenti ricevessero un diploma di scuola superiore dal momento che si diplomavano”, spiega la direttrice dellaONG. “Così – va avanti – ricevevano il diploma di scuola superiore dal ministero per andare avanti all’Università o ovunque volessero andare. In questo senso abbiamo avuto molto supporto. Ma adesso che abbiamo una crisi di fondi, probabilmente ci sarà uno stop dei finanziamenti. Speravo che il ministero facesse un passo e prendesse il programma come un “programma A”, ma non sembra che questo succederà. Stiamo lavorando con la società civile per mettere pressione per una riforma dell’educazione. Non c’è altro che possiamo fare”. “Personalmente – è il messaggio di Hassina Sherjan alla comunità internazionale e al governo – non voglio prendere la responsabilità di 3000 studenti. È una responsabilità nazionale. Tutti facciano un passo per essere sicuri che i nostri studenti continuino e non soltanto per loro ma anche per noi, per essere capaci di continuare a estendere il programma nel resto del paese”.

Che prima o poi l’Afghanistan sarebbe dovuto rimanere da solo non era una novità. Come non è una novità che molti dei fondi stanziati dai donatori internazionali siano finiti nelle mani sbagliate. Ma per Hassina la strategia di uscita dal paese della comunità internazionale andrebbe studiata meglio: “Non penso – dice – che i donatori dovranno essere qui permanentemente ma credo che ci dovrebbe essere una migliore strategia di uscita. Una cosa è quando ci sono piccoli progetti che poi vengono interrotti senza colpire molte persone, un conto quando parliamo di 3mila studenti… 3mila famiglie. Ci dovrebbe essere un piano migliore”.

Andrea Bernardi

Da Unimondo

Il rappresentante Unama per l’Afghanistan – Foto: un.org

KABUL – Il rapporto di metà anno dell’UNAMA è ancora un triste bollettino di guerra. Dove a farne le spese sono ancora i civili. Più 23 per cento nei primi sei mesi del 2013, soprattutto a causa dei numerosi attacchi da parte dei Talebani e l’aumento dei combattimenti tra gli insorti e le Forze Governative Afghane.

Come già era successo negli anni precedenti, i Talebani sono responsabili della maggior parte delle vittime civili – 74 per cento. Oltre metà di queste vittime sono state uccise o ferite dagli artigianali IED (ordigno esplosivo improvvisato) collocati sulle strade e dagli attacchi suicidi complessi. Ma ad aumentare considerevolmente sono soprattutto gli attacchi contro funzionari governativi (+ 76%), inclusi giudici e mullah, che recitano una preghiera davanti a membri delle Forze Afghane uccisi in combattimento. I bambini uccisi dalle bombe improvvisate sono 760 (231 morti, 529 feriti), il 30 per cento in più rispetto al 2012. Le forze filo governative sono responsabili del 9 per cento di quelle che vengono definite “casualty”. Mentre un 12 per cento risulta essere il risultato del fuoco incrociato sul terreno. Il 61 per cento delle vittime sono donne.

“Serve un ulteriore sforzo e impegno, da parte delle parti in conflitto, per proteggere i civili che sono sempre più a rischio a causa del fuoco incrociato”, ha detto il rappresentante di UNAMA per l’Afghanistan Jan Kubis. Come è preoccupante, ha spiegato, “l’aumento dell’uso indiscriminato di IED e la presa di mira deliberata di civili da parte di elementi anti-governativi”.

Il rimanente 4-5 per cento non è stato possibile attribuirlo, sostengono gli autori del report, perché si tratta di vittime causate da ordigni inesplosi che le varie guerre afghane si sono lasciate alle spalle.

L’aumento, che inverte la tendenza dello stesso periodo 2012, quando i casi erano diminuiti, pone la domanda: potranno le truppe afghane proteggere i civili dopo il ritiro della NATO il prossimo anno?

Secondo UNAMA, c’è stata una riduzione da parte dell’insorgenza di IED azionabili attraverso piastre di pressione, mentre sono aumentati quelli con controllo remoto. Il ritiro delle attrezzature di disturbo radiofonico e delle truppe ISAF da molte aree del paese ha reso più semplice per l’insorgenza l’utilizzo di bombe telecomandate.

Il rapporto sottolinea che 1319 civili sono morti e 2533 sono rimasti feriti come risultato della guerra tra il primo gennaio e il 30 giugno 2013. Con un aumento del 16 per cento rispetto allo scorso anno. L’ANSF (Afghan National Security Forces), come era prevedibile visto che sono più coinvolti che in passato nei combattimenti, hanno causato il 170 per cento in più delle vittime (34 morti e 90 feriti) rispetto allo scorso anno

Le missioni di combattimento della NATO finiranno nell’estate del 2014 e l’Esercito afghano sta lentamente prendendo il posto dei soldati stranieri nella battaglia contro i talebani. “Nonostante le forze afghane dirigano tutte le operazioni militari nazionali, ancora non esiste una struttura permanente con il compito di investigare e denunciare le vittime civili e che sia in grado di avviare eventuali misure correttive”, ha sottolineato UNAMA, aggiungendo che c’è ancora “riluttanza” tra la leadership dell’ANSF a indagare seriamente. A causa di questo, precisano ancora, “è altamente probabile che le vittime civili causate dall’ANSF siano sottostimate”.

Secondo Georgette Gagnon, direttrice UNAMA dell’unità per i diritti umani in Afghanistan, “l’aumento del 38 per cento di morti e ferimenti di donne e bambini nella prima metà del 2013 riflette la triste realtà che è oggi il conflitto in Afghanistan”.

Le Nazioni Unite hanno anche registrato un calo del 30 per cento delle vittime causate dai bombardamenti della NATO. Ma le accuse ai militari internazionali e soprattutto alla CIA per la mancanza di trasparenza sulle missioni aeree e soprattutto sull’uso dei droni in quelli che dovrebbero essere “omicidi mirati”, rimangono. UNAMA sostiene che diverse operazioni aeree non sono andate a buon fine e ne segnala in particolare una che coinvolge CIA ed NDS (servizi segreti interni afghani) a Shaigal, nel distretto di Kunar. Un secondo caso che coinvolge ancora un’operazione congiunta CIA-NDS è il tentativo di arresto di un leader talebano. Quando la squadra è entrata nella casa ha segregato donne e bambini in una stanza. Negli scontri che sono seguiti un’agente CIA è rimasto ucciso e quattro afghani dei servizi feriti. Chiamato il supporto aereo, il team è riuscito ad abbandonare l’area. Ma secondo il rapporto di UNAMA, ulteriori munizioni sono state utilizzate, nonostante il team fosse stato evacuato e fosse nota la presenza di donne e bambini. Il numero di munizioni utilizzate “appare eccessivo e sproporzionato”, scrivono. Questa è una pesante accusa alle forze Internazionali, siano CIA o militari, di violazione della legge sui conflitti armati. UNAMA ha sottolineato che le domande di spiegazioni rivolte all’ISAF sono state “spazzolate via”.

Al momento né il governo afghano né i talebani, che solitamente negano di prendere di mira i civili, hanno risposto alle accuse. L’ISAF ha fatto sapere che il report è il benvenuto ed ha accusato gli insorti del 90 per cento delle vittime.

Il report delle Nazioni Unite arriva nel giorno in cui il presidente Hamid Karzai incontra il rappresentante statunitense per l’Afghanistan e il Pakistan, James Dobbins. I due hanno discusso degli sforzi da fare per i negoziati di pace con i talebani e un possibile accordo sulla sicurezza tra Kabul e Washington, che potrebbe permettere ad alcune truppe americane di rimanere sul territorio afghano anche dopo il 2014.

Andrea Bernardi

Twitter: @andrwbern

Da Unimondo

Martedì, 23 Luglio 2013

Foto: Tg24.sky.it

KABUL – La lunga e travagliata transizione che porterà l’Afghanistan sotto il controllo degli afghani va avanti. Zoppicando. Le ultime frizioni sull’ufficio di rappresentanza dei Talebani a Doha hanno rappresentato quella che è l’incertezza nel paese. Il presidente afghano non digeriva che fossero gli Stati Uniti a guidare le trattative. E neppure che funzionari americani in giacca e cravatta si incontrassero con persone che si auto-definiscono “rappresentanti” dell’Emirato Islamico d’Afghanistan, una entità sepolta dal 2001, quando furono cacciati dal potere. E così, nel giro di una settimana, la graziosa villetta nel Golfo Persico, circondata da un bellissimo prato “quasi” all’inglese, che aveva fatto sperare (in pochi per la verità) nella possibilità di un accordo tra le parti è stata chiusa.

Arrivederci e alla prossima puntata. Uno dei primi passi sulla “via dell’estate 2014”, è finito senza neppure cominciare. E non è un caso, forse, che il presidente Obama stia pensando alla “zero option”. Che significa: via tutte le truppe dal paese. Attualmente in Afghanistan sono rimasti circa 100mila soldati provenienti da 48 paesi, tra cui 66mila americani. A fine 2013 le forze internazionali saranno dimezzate ed entro la fine dell’estate le truppe da combattimento lasceranno il paese. Incoraggiati dal ritiro i Talebani hanno aumentato i loro attacchi contro le forze afghane. Soprattutto nei luoghi in cui i soldati stranieri hanno già completato il ritiro passando le consegne ai colleghi afghani. Soltanto venerdì scorso 15 persone, tra cui 7 membri dei servizi di sicurezza sono state uccise.

Ma se è vero ché il programma di “disengagement” prevede la partenza delle truppe da combattimento e il passaggio dei poteri agli afghani, è anche vero che gli americani avevano previsto, inizialmente, di rimanere nel paese con una presenza di circa 20mila soldati, con compiti di addestramento, supporto aereo ed evacuazione medica alle truppe di casa. Una “opzione zero”, adesso, significherebbe che gli afghani diventerebbero responsabili di se stessi. Una politica, quella degli Stati Uniti, forse dettata anche dalla spinosa questione dell’immunità legale per le truppe straniere. Un argomento delicato da trattare e molto sentito a Kabul. Soprattutto quando a fare la guerra sono i droni guidati da un computer a 10mila chilometri di distanza. E poi c’è anche il malcontento del presidente Karzai che, se è vero che tra nove mesi finirà la sua avventura, è forse anche vero che per togliersi di dosso quella brutta reputazione (a volte ingiusta) di servilismo verso gli Stati Uniti, sta sparando sui “generosi” alleati a stelle e strisce.

In realtà la questione che molti si chiedono a Kabul è se “l’esercito afghano sia pronto o no a guidare il paese senza l’aiuto delle truppe straniere”. Domanda che rimane un interrogativo al quale pochi sanno rispondere. Al massimo si azzarda qualche ipotesi analizzando numeri. Fazioni in lotta tra loro e corruzione sono soltanto due dei fattori che destabilizzano il cammino dell’Afghanistan. Ma la data del 5 aprile 2014 sarà un giro di boa. Gli afghani saranno chiamati a eleggere il nuovo presidente (Karzai non è più eleggibile). Un fallimento di questo processo democratico e un chaos come avvenne nelle precedenti elezioni potrebbe segnare negativamente tutta la fase di transizione del paese. I primi di luglio 40 paesi hanno promesso al governo afghano lo stanziamento di 16 miliardi di dollari a condizione che le elezioni siano libere e trasparenti e che due nuove leggi elettorali venissero approvate. In venti giorni il parlamento ha votato e approvato le nuove leggi che disciplinano le elezioni presidenziali e provinciali del prossimo anno, definendone il quadro giuridico. Secondo alcuni analisti afghani, “le leggi approvate forniranno una base migliore rispetto alla struttura giuridica precedente”.

Sarebbe un passo avanti importante, considerando che le rivalità istituzionali, i conflitti interni per le autorità locali e le diatribe sul ruolo dell’Islam nella governance, legato al non rispetto di quest’ultima da molti governatorati che ancora applicano le leggi tribali (leggi informali), al posto al posto di quelle formali, ha causano al paese una forte crisi costituzionale nell’ultimo decennio. Se gli afghani potranno liberamente scegliere il loro presidente sarà un passo importante anche per tutti i fondamentali appuntamenti successivi.

Ma il tema sicurezza, nonostante le elezioni presidenziali alle porte e i falliti tentativi di riconciliazione nazionale con i talebani, è ancora probabilmente l’argomento più dibattuto e sentito dalla comunità internazionale. Cosa succederà al paese quando le truppe da combattimento della NATO si ritireranno completamente nelle loro basi, che verranno poi smantellate successivamente man mano che il numero dei militari stranieri nel paese diminuirà? Un miglioramento nei ranghi delle forze di sicurezza afghane (ANSF) c’è stato, soprattutto nella capitale. Lo dimostrano gli ultimi attentati, dove gli afghani sono riusciti a controllare la situazione e riportare l’ordine senza l’aiuto delle forze ISAF. Come da tempo oramai è stato raggiunto l’obiettivo di reclutare 350mila uomini nelle forze di sicurezza nazionale (ANSF).

Tra i fattori di forte instabilità, invece, c’è l’alto numero di “attacchi interni”, che ha danneggiato la fiducia tra i membri dell’ANSF. Dal giugno scorso, quando la NATO ha iniziato il passaggio graduale dei poteri all’Esercito afghano, questo conta tra le sue file 4-5 volte le vittime dell’ISAF. Il Ministero dell’Interno afghano ha fatto sapere che nel mese di giugno sono rimasti uccisi 300 membri appartenenti alle forze locali e nazionali di Polizia. Nel lasso di tempo che va da gennaio a fine maggio sono stati uccisi 807 membri delle forze di sicurezza afghane e 365 civili. I soldati della coalizione che hanno perso la vita nello stesso periodo sono stati 63. Se si confrontano i dati con quelli del 2012, quando le forze di sicurezza afghane avevano perso 360 soldati e la coalizione 177, si capisce che gran parte delle operazioni di combattimento contro l’insorgenza sono passate nelle mani degli afghani. Per quanto riguarda la logistica il lavoro da fare è ancora lungo. Molti ufficiali sono ancora facilmente corrompibili, tanto che sono frequenti le “perdite” di armi e munizioni dai depositi. Alte, poi, anche se in calo, sono ancora, a causa delle difficili condizioni di vita, le diserzioni e le assenze senza permesso. Soprattutto nelle regioni più remote e sperdute del Paese.

Ovvio che il futuro dell’Afghanistan è in mano alla sua classe dirigente. Come molti hanno già fatto notare, “non ci sarà nessuna buona prospettiva se i leader politici non riusciranno a mettere da parte le proprie rivalità ed i propri interessi personali a favore dell’intero paese”.

Andrea Bernardi

Twitter: @andrwbern

Waiting in hiding

Friends,

finally even the trailer in English of my documentary is on-line. The full work should be ready by mid September.

 

Cari amici,

finalmente il trailer del mio documentario è on-line. Purtroppo, mentre il video iniziava a circolare ho saputo che Mohammed Kamal al-Hamami, Abu Basir, il comandante della brigata che mi ha ospitato per un mese durante le riprese è stato ucciso da un gruppo collegato ad Al Qaeda. Mi piace ricordarlo come uno dei pochi comandanti che ho conosciuto nel mio anno di lavoro in Siria che ancora credeva in una “rivoluzione” per la libertà e un Paese migliore. RIP

Qui il trailer.

La guerra continua- Foto: agi.com

I ribelli non hanno più potere sulle frange più estreme: ciò è confermato anche dagli omicidi di cui questi ultimi si sono macchiati negli ultimi mesi. Ad Aleppo un bambino di 15 anni, venditore di caffè per strada, è stato ucciso da due combattenti libici con una pallottola in faccia per aver scherzato sul Profeta durante una lite in strada con un coetaneo. La corte islamica vicina a Liwa al Tawhid, la più grande brigata della provincia di Aleppo, con la sua nuova forza di Polizia, ha una sede dall’altra parte del marciapiede e non si è mossa per arrestare gli assassini. Non ha neppure risposto alle richieste dell’Osservatorio Siriano per i Diritti umani, un istituto vicino all’opposizione, che chiedeva l’arresto immediato di coloro che si erano macchiati di un crimine tanto efferato. Come del resto nessuno degli organi preposti dai ribelli per garantire l’ordine, la giustizia e combattere il vizio, si è mosso quando fanatici ceceni hanno decapitato con un coltello, in mezzo ad una folla di gente come si usava all’età della pietra – o dei talebani, appunto – inermi civili accusati di essere spie al soldo del regime. Nella città di Salqin, a ridosso del confine turco, Jabhat al-Nusra ha imposto alle donne di non uscire senza velo. Qualche mese fa, due attiviste siriane che dall’inizio della rivoluzione, poi guerra civile, combattono il regime, hanno passato guai nella zona. Hanno dovuto lasciare il villaggio la mattina successiva e la Siria poche ore dopo, minacciate dai combattenti di Jabhat al-Nusra perché si sono rifiutate di coprirsi i capelli con un velo. Ed è soltanto un episodio su centinaia che si ripetono quotidianamente nel Nord della Siria controllata dai ribelli.

Per non parlare poi delle minoranze. Padre François Mourad, un monaco che abitava il convento fuori dal villaggio di Ghassanie e che da quando i ribelli avevano preso il controllo dell’area ed i cristiani erano fuggiti a Latakya si era rifugiato nella chiesa Francescana vicina, è stato ucciso con un colpo in testa da combattenti del gruppo el-Muhajirin. Gli stessi combattenti che predicano la purezza morale ma che hanno saccheggiato tutte le case vuote dei cristiani che ci abitavano. Quale sia stato il movente nessuno lo saprà mai, perché a nessuna delle tante corti islamiche nella provincia di Idlib, dove il villaggio si trova, è venuto in mente di andare ad arrestare o per lo meno interrogare i colpevoli di un gesto tanto spietato. In questo villaggio, a novembre del 2012, i ribelli che lo controllavano vivevano fianco a fianco dei 20 cristiani rimasti. Durante una serata piovosa di inizio novembre una anziana signora, cristiana, era venuta nella base a portare da mangiare ai combattenti. Ridendo e scherzando con loro. Poi, per ragioni che nessuno ha saputo spiegare Jabhat al-Nusra è diventata l’unica brigata a controllare il villaggio.

I gruppi integralisti sanno che i ribelli dovranno sempre tollerare senza reagire questi loro crimini.

Questo non solo perché hanno bisogno di loro nelle battaglie, dove è evidente la maggiore preparazione militare e la devozione al martirio, ma anche per evitare di iniziare una guerra interna anzitempo.

Se l’occidente e gli Stati Uniti in testanon hanno ancora fornito ufficialmente armamenti ai ribelli e la Turchia non ha per ora fatto passare grandi quantitativi di armi pesanti provenienti dalla Libia e dai Paesi del Golfo, il motivo va sicuramente cercato anche nella debolezza dei ribelli (che numericamente sono in maggioranza) verso questi gruppi radicali. Perché difficilmente le armi che entreranno non passeranno anche dalle mani di chi ha fatto del fanatismo la propria ragione di vita.

Ovvio, dall’altra parte i misfatti sono evidenti. Il presidente Bashar al-Assad si è macchiato di crimini contro l’umanità. Ha mandato i jet a bombardare le città uccidendo per la maggior parte civili inermi. Le sue squadre di shabbia, le temute milizie personali, si sono macchiate di massacri imperdonabili, di donne e bambini. Non ha più legittimità a guidare un paese che conta quasi 100mila morti e milioni di sfollati.

Nel mio ultimo mese in Siria, tra Aprile e Maggio, uno dei ribelli, dopo una lunga intervista, mi ha riassunto così la situazione: “prima avevamo un solo Bashar. Adesso ce ne sono 1000”. Ha riso quando gli ho chiesto cosa succederà e mi ha semplicemente detto: “ a mess”, un casino, “ma i siriani non accetteranno certi estremismi”. Si, sarà così, ma gli autori di questi estremismi presenteranno il conto. Perché hanno una regia politica anche loro. E anche meglio organizzata di quella dell’opposizione. Hanno pur sempre avuto martiri durante questa guerra, tanti, e non saranno morti invano. Faranno delle richieste e ci sarà da cercare un compromesso. Se non saranno accontentati politicamente (ed i nuovi rappresentanti della Siria non potranno incorporarli in un futuro governo che vuole avere rapporti internazionali, in quanto considerati terroristi da molti Paesi occidentali), nella migliore delle ipotesi immaginabile inizieranno a mettere bombe in giro.

La soluzione militare alla guerra è sempre più lontana. L’unica possibilità per fermare i bagni di sangue è quella politica. Che però nessuna delle parti in causa vuole considerare.

P.S. Ero stato il primo giornalista ad arrivare nel villaggio di Ghassanie a fine ottobre 2012, dopo che i ribelli lo avevano conquistato. Avevo parlato per una mezza giornata con padre François. Non era contento della situazione ma conviveva pacificamente con i ribelli e ricordo che mi disse, nel suo ottimo italiano: “se questo è successo – riferito alla guerra – è perché Dio ha voluto così. Dobbiamo accettarlo e come tutte le cose che vanno male sono sicuro che anche questa situazione si sistemerà”. Ero ospite di una brigata di giovani dell’ELS che presto sarebbero stati cacciati dagli estremisti. Ci sono tornato il giorno di Pasqua – qui il video -, padre François, era spaventato e non volle neppure ricevermi. Fuori, le case che a ottobre erano chiuse, avevano le porte forzate e dentro erano state svuotate. Eppure lì c’erano stati solo i combattenti el-Muhajirin di Jabhat al-Nusra, non i soldati del regime. (2 – fine)

Andrea Bernardi

Twitter: @andrwbern

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